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“Le parole degli Ultimi” di Brunella Canobbio è un’opera modernissima e contemporaneamente classica, perché cammina nel sentiero dei romanzi epistolari o dei libri – confessione. Ma questo libro è di più: è un’ analisi profonda della solitudine. Solitudine non fisica o materiale, perché la protagonista vive in mezzo agli altri, ma solitudine intesa in senso psicologico e filosofico, tanto è vero che, per curarla, per guarirne, l’autrice si reca, da sola, in “vacanza” in una Sardegna invernale silenziosa e meravigliosa, che, anziché essere dipinta nella sua evidente esteriorità, viene accennata con lievi, ma precisi tocchi interiori. Ed è in una casetta solitaria dell’isola che la protagonista inizia, o meglio continua l’autoanalisi, scoprendo lentamente che le cause del suo malessere non sono né l’abbandono e la morte di un padre mai conosciuto in senso profondo, o l’interruzione di un rapporto amoroso che non sarebbe riuscito a diventare un progetto di vita. La protagonista comprende che la solitudine della sua vita è una maledizione ma contemporaneamente un privilegio, perché dipende dal fatto di essere stata dotata dalla natura di una sensibilità maggiore della media degli altri esseri umani; ed è questa sensibilità che fa apparire la vita comune non solo come superficiale, ma come un ingannarsi reciprocamente. Nel leggere questo libro mi è tornata alla mente la poesia montaliana:
“FORSE UN MATTINO”
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’ andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”.
Ma il finale è molto diverso, perché nella sua poesia Montale, pur avendo scoperto la realtà della sconfitta vitale, prosegue zitto, fra gli uomini che non si voltano, col suo segreto (e c’è qui tutto l’orgoglio dell’intellettuale che si sente superiore agli altri uomini) mentre la nostra protagonista vuole comunicare ciò che ha scoperto su di sé e sugli uomini al mondo, e lo può fare ora perché, come lei stessa conclude il suo racconto: ora sono pronta.
Ed è questa espressione che rappresenta, inconsciamente forse, non la fine dell’opera, ma l’inizio di un nuovo libro.C’è ancora una domanda che si potrebbe fare al termine della lettura di questo lavoro: il libro è autobiografico o no? Un lettore superficiale potrebbe dare subito una risposta affermativa; ma io ricordo che durante un’intervista da me fatta, anni fa, ad un grande e famoso scrittore italiano, alla domanda di quanto fosse autobiografica la sua opera, mi rispose: “Quando uno scrittore ha finito di scrivere un romanzo, la sua opera diventa come gli alberi dipinti di Chagall, che hanno le radici in aria. Cioè un autore e bravo quando ciò che scrive perde la soggettività per diventare qualcosa di tutti, e in cui ognuno si può riconoscere. Ed è questo, secondo me, il pregio maggiore del libro di Brunella Canobbio. A.G. (critico letterario) |
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