Finalmente un diario intimo che non ha paura di chiamarsi tale, che non vuole essere intreccio o romanzo e nemmeno fa tentativi di prosa d’arte.
Sono pagine in una prima persona singolare via via rabbiosa, desolata, triste, euforica ma sempre crudamente sincera.
Pagine scritte con un linguaggio diretto, senza costruzioni artificiose, con la struttura tipica del diario in cui chi scrive si rivolge ora a se stesso, ora a ipotetici lettori, ora a qualcuno in particolare dandogli del tu.

L’io scrivente è una donna. Non ci dice il suo nome nel corso della narrazione e noi non possiamo presumere che si tratti di autobiografia e attribuirle quello dell’autrice (alla sua opera prima).
Scrive in un momento particolarmente difficile, in cui si trova a prendere una decisione drastica: ritirarsi per un mese dalla propria vita.

Affitta una casa in una Santa Teresa di Gallura invernale e lì, sola tra cielo vento e mare, cerca di fare i conti con se stessa. Ripercorre i momenti più dolorosi, l’abbandono del padre, il riavvicinamento e la repentina morte. La giovinezza solitaria. Un primo amore deludente.
Un fidanzato che ha mandato a monte le nozze quando tutto era pronto. Il lavoro frustrante in un ufficio in cui si sente estranea. La difficoltà dei rapporti con gli altri, persino con le sorelle, che sfocia nella rabbia e in quel tipico doloroso attaccare di chi non si sente accettato.

C’è in queste pagine tutta la fatica di vivere di coloro che l’io scrivente definisce “gli ultimi”, identificabili con coloro che sono affetti da una sensibilità immane e fatalmente soffrono di quella subdola malattia dell’anima che è la sindrome depressiva.
Chi conosce purtroppo la materia riconosce le parole, le altalene, le illusioni continue di esserne fuori.
La donna che si rifugia a Santa Teresa è una persona ferita dalla più classica delle spade: un amore finito, o forse mai esistito.

Ed è illuminante seguire le sue parole, quando si rivolge a lui dapprima ancora amandolo, poi illudendosi che lui non voglia riconoscere l’amore che prova per lei, per paura, e infine – quasi in sordina, quasi sopra pensiero – lasciandosi sfuggire la verità che ben conosce: che era un amore a senso unico.

Le parole di speranza, le dichiarazioni di finalmente ritrovato amore per se stessa, cozzano contro frasi istintive di indicibile malinconia e solitudine. E così il finale, per la lettrice che in queste forche ci è passata e ancora ci passa, non ha il sapore di un nuovo inizio, ma dell’ennesima chiusa, dell’ennesimo progetto di vita, dell’ennesima battaglia.
Una battaglia magari vinta, ma domani se ne aprirà un’altra, su un’altra pianura, o su un’altura. Perché la guerra resta in corso.

 

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